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E Dick creò il cinema. Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Il romanzo che ha ispirato Blade Runner, Roma, Fanucci, 2000. Philip K. Dick, Tempo fuor di sesto, Roma, Fanucci, 2003 Finalmente anche in Italia è stata riproposta in modo rigoroso e unitario l’enorme produzione di Philip K. Dick, con traduzioni e apparati critici di alto livello, anche grazie al lavoro di edizione e commento curata da Carlo Pagetti. La prima uscita è stata riservata alla opportuna riedizione del libro cult Do Androids Dream of Electric Sheep?, “il romanzo che ha ispirato Blade Runner”, come recita il sottotitolo dell’edizione Fanucci. Edito la prima volta in America in quell’anno di allucinazione collettiva che fu il ’68, ossia l’anno dell’uccisione di M.L. King, del Vietnam ma anche e soprattutto, come rievoca Gabriele Fosca nella bella postfazione, “l’anno dell’elezione alla presidenza degli Statu Uniti di uno dei più smaliziati assertori dell’uso a tutto campo dei media elettrici, Richard Nixon, con il quale Dick sentirà sempre di avere, e paranoicamente, un conto in sospeso.” Prodotto di una cultura saturata dunque, Ma gli androidi sognano pecore elettriche ammassa in un incubo futuribile gli innumerevoli reperti del presente e del passato. Pirotecnica parabola scientifica sull’identità e la mutazione, il testo assume i lineamenti di un paradigma postmoderno in cui si mettono in scena, estremizzandole e criticandole, tutte le pratiche su cui l’America ha costruito la propria potenza. La tremenda ossessione dickiana, ossia l’essere condannati al controllo da parte di una ristretta oligarchia tecnologica (leggi mass-media) che falsifica la realtà e manipola informazioni, è portata qui a limiti estremi di vertigine. La problematica consapevolezza della perdita del sé, frantumato nella pletora biotecnologica, assale ogni organismo, umano o meccanico che sia. Un pessimismo inesorabile regola il racconto, talmente sardonico da mascherarsi con le finte parabole sentimentali che si consumano tra personaggi moralmente disgregati, costretti ad attaccarsi alle maniglie di un modulatore di umore ( il Penfield) che programma gli stati d’animo. Rick Dekard, il bounty killer “calvo, imbolsito e impiegatizio” che somiglia più ad una replica di nauseato sartriano nel suo sentirsi così inevitabilmente gettato nel mondo, agisce secondo una logica implacabile; non dispensa morte, interrompe l’attività funzionale di altri organismi. Non c’è etica né morale in quello che può essere considerato il romanzo più cristiano di Dick, dove sotto le vesti di Mercer-Cristo si cela un quanto mai beffardo Alfred Jarry, ipostasi dell’ennesima burla mediatica. La religione in Ma gli androidi...è un effetto speciale necessario. Science Fiction apparentemente raggelata quindi. Basata sulla distorsione di ogni cliché emozionale ma anche sul riutilizzo delle grandi ossessioni della fantascienza tout court: la contaminazione nucleare, la macchina che si ribella all’uomo e, soprattutto, l’incubo tecnologico che implica necessariamente risvolti esistenziali. Dick edifica il suo lucido e caotico meccano, lo assembla come uno dei Nexus 6 che si agitano nel romanzo, tracciando un stratificazione complessa fatta di dolore, ironia, compassione e guizzi di umanità. I diversi strati che compongono il corpo-testo sono allora compressioni di senso in cui sono rintracciabili i filamenti di un discorso antropologico, fiosofico, politico e religioso oltre che letterario, in un’allegoria distopica che gioca e spiazza sin dal titolo. Androidi e sogni, fusioni uomo-macchina; nell’incertezza della tradizionale concezione della corporeità in un universo le cui leggi euclidee sono ormai inadeguate, la “cattiva” scrittura di Dick lavora proprio sulla precarietà dei corpi e della psiche e, soprattutto, su se stessa. “ I like to build universes wich do fall apart. I like to see them come unglued, and I like to see how the characters in the novel cope with this problem. I have a secret love of chaos”( Da, How to build a universe that doesn’t fall apart two days later, Intervista, 1978).
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